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mercoledì 8 ottobre 2014

Le Lettere del Sabato



Terza recensione librosa di Sam ~
Ben ritrovati, dunque!
Quest’oggi vorrei recensire un libro che mi ha fatta sognare: Le lettere del Sabato, di Irene Dische.




Titolo: Le lettere del Sabato
Titolo originale: Zwischen zwei Scheiben Glück
Autore: Irene Dische
Pagine: 93
Prezzo: 5,50€
Ed. Universale Economica Feltrinelli





Trama

«“Sono nato con la camicia,” ripeté ancora una volta Laszlo, il padre di Peter, prima di trasferirsi, alla fine degli anni trenta, dall’Ungheria a Berlino. Peter va con lui e osserva affascinato la grande città, con i suoi cinema e le feste e l’atmosfera di grande eccitazione che non riesce a capire fino in fondo. Peter non sa di essere ebreo e quando Laszlo non può più nasconderglielo lo rimanda in Ungheria, dal nonno.»
Qui Peter aspetta una settimana dopo l’altra le lettere che ogni sabato arrivano puntuali da Berlino e lo fanno sognare. Ma l’illusione si fa sempre più fragile perché un giorno, entrando nello studio del suo anziano parente, Laszlo viene a conoscenza di una verità scioccante e, al contempo, straziante che farà crollare tutte le illusorie certezze che avevano retto il suo mondo fino a quel momento, rendendolo però più forte, più grande di prima.


Recensione

Perché ho scelto di recensire questo libro sconosciuto?
Semplice: io amo i libri che trattano di Olocausto e, più in generale, di Nazismo. Trovo che siano tremendamente coinvolgenti e appassionanti e che, attraverso la narrazione di storie più o meno vere (da intendersi: autobiografiche e non) permettono al lettore di immergersi in un mondo che sembra all’apparenza lontano, ma che in realtà è ancora molto vicino a noi.
La crudezza degli eventi narrati è quasi affascinante, devo dire. E per questo tali libri mi attirano come una calamita attira un pezzo di ferro.
Per questo libro, invece, è stato diverso; è stata un’odissea assurda, credetemi.
Sono entrata in libreria e l’ho visto lì. Ne ho letto la trama e l’ho riposto, perché pensavo fosse un racconto superficiale, che non avrebbe reso giustizia a quel che è stato il Genocidio di massa che l'autrice ha scelto come tema di fondo per questo romanzo.
Il giorno dopo, piena di sensi di colpa, sono tornata in negozio e l’ho comprato – che poi, tra l’altro, era anche l’ultima copia rimasta – iniziando a leggerlo subitissimo.
Non mi sono mai pentita di aver ripensato e rivalutato la mia impressione iniziale e procedo subito a spiegarvi perché. ~

Questo libro è l’amore.
In tutti i sensi.
L’amore di un padre verso il figlio, l’unica cosa che gli è rimasta al mondo.
L’amore di un figlio verso il padre, che aspetta incessantemente per anni il suo ritorno, che desidera imparare a diventare grande per mostrargli, un giorno, quanto anche lui si sia dato da fare nel frattempo.
L’amore di una donna che, scampata all’Olocausto, torna da Peter per cercare di mettere insieme la famiglia che lui ha perduto e andare avanti, riabbracciando la felicità e dimenticando gli orrori vissuti fino a quel momento.
L’amore di un nonno rude che si prodiga per il nipote e per la sua felicità, anche se questo significa illuderlo e rischiare che l’illusione, un giorno, si spezzi.
I personaggi, grossomodo, sono proprio questi quattro: Laszlo, che dice di essere nato con la camicia, che viene schernito da tutti ma che, nel corso del romanzo, si dimostra essere il padre migliore del mondo. Quando fiuta il pericolo, sceglie di portare Peter in Ungheria, città natale dell’intera famiglia, e affidarlo al burbero nonno, tornando poi a Berlino e concludendo lì la sua esistenza.
Poi c’è Peter, nucleo vitale di Laszlo, la sua ragione di vita, che vive nel mondo incantato che l’adulto sceglie di mostrargli, cercando di tenerlo lontano dagli orrori della Guerra, dagli orrori di Hitler. A questo bambino, curioso e obbediente, quanto adorabile e affezionato al padre, Laszlo mostra solamente la parte buona – o quel che n’è rimasto – del mondo circostante che va pian piano sgretolandosi, perché quello vuole che gli rimanga impresso: bei ricordi.
Il nonno, invece, è un personaggio interessante: si mostra burbero, scostante e scontroso, maniaco dell’ordine, della pulizia e dell’educazione. Esige che tutto sia impeccabile, così come esige che nessuno entri nel suo studio, luogo in cui custodisce un segreto estremamente dolce, che rivelerà la profondità del suo cuore, dei sentimenti che egli prova nei confronti del piccolo Peter, che sembra tenere costantemente alla larga.
Infine, c’è Thea che ha fatto da colf, diciamo, a Laszlo quando era a Berlino insieme a Peter. Ha finito con l’innamorarsi di quell’uomo e sceglie, alla fine del libro, di compiere un passo importante. Come ho scritto nell’introduzione, questa ragazza all’apparenza nevrotica, isterica e insopportabile, ritorna a Budapest con una bambina e sceglie di fare a Peter il regalo più bello che un bambino, allontanato dai propri punti fermi, possa ricevere: riunire una famiglia ormai distrutta, mandandola avanti da sola, lasciandosi alle spalle gli orrori di Guerra e Olocausto.

Altro motivo per cui questo libro è l’amore: il punto di vista è particolare.
Il narratore è esterno, però racconta abilmente gli eventi osservando il mondo attraverso gli occhi di Peter, che è ancora un bambino. Anche la feccia che lo popola diventa improvvisamente qualcosa di tenero e irresistibilmente dolce.
Sembra quasi che Irene Dische ci racconti di un sogno, piuttosto che di eventi crudeli e disumani, ma è questa la particolarità di questo libro, ciò che più ho apprezzato.
Non scende nello scadente, non minimizza nulla, non rende meno importante il ricordo di quel Genocidio. Lo presenta al lettore dopo averlo sottoposto al filtro degli occhi di un bambino e lo condisce con deliziosi disegnini a fine capitolo.


Io l’ho adorato, perché è uno stile diverso dal solito, particolare, che non avevo mai trovato da nessun’altra parte. Uno stile che avevo sottovalutato ma che, invece, mi ha costretta a divorare il libro – seppur gustandomelo fino in fondo – e a ridere, sorridere, commuovermi e rattristarmi per i protagonisti a cui, inevitabilmente, ti affezioni. Impossibile non immedesimarsi in loro e non vivere al loro fianco le vicende in cui si trovano coinvolti.

Una storia diversa, più leggera e adatta a tutte le età, a tutti i tipi di persone, anche quelle più sensibili all’argomento trattato, perché questo libro è in grado di smuovere anche il cuore più duro.


Voto: 10/10 (anche qui).
E no, giuro che non lo faccio apposta. xD un giorno vi porterò anche la recensione di un libro che non mi è piaciuto.
Dovrò impegnarmi a trovarlo, però lo farò, promesso… xD




Quote:
«C’era una fotografia del padre appoggiata sulla mensola del caminetto. Era solo una piccola immagine di un giovane sorridente con gli occhi e i capelli neri, dentro una cornice d’oro, e parte di una guancia era nascosta da un ramoscello di fiori rosa in un vaso sulla stessa mensola. Tutto a un tratto il resto della stanza, il resto del mondo perse ogni importanza, ogni colore, ogni dettaglio. Quel viso era tutto ciò che importava. Ma quel viso, imprigionato in una cornice d’oro, non poteva venire da lui.

Peter rimase sconvolto da quell’improvvisa nostalgia del padre. Se avesse saputo come chiamare quel sentimento avrebbe potuto dire amore, se avesse saputo come descriverlo avrebbe detto perdita.»





E voi? che ne pensate?

L’avete letto?

Se vi va, lasciate un parere e fatemi sapere cosa ne pensate di questa recensione. ~


A presto! ♫

» Sam ♥

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