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mercoledì 15 ottobre 2014

Quanta stella c'è nel cielo



Quarta recensione librosa da parte di Sam.
Stavolta, visto che i miei collaboratori si sono lamentati dei miei bellissimi 10, vi presento uno dei rari libri che hanno meritato un’insufficienza: Quanta stella c’è nel cielo, di Edith Bruck.



Titolo: Quanta stella c’è nel cielo
Titolo originale: Pare proprio che sia ‘Quanta stella c’è nel cielo
Autore: Edith Bruck
Pagine:  198
Prezzo: € 9,90
Ed. Garzanti


Trama

Anita non ha ancora sedici anni. È sopravvissuta ad Auschwitz e alla brutalità dei Nazisti. Quando viene liberata, ha solamente tredici anni ma, prima di poter essere rimandata a casa, deve passare qualche tempo in un ospedale gestito da americani.
Una volta guarita, viene affidata ad Eli, il cognato della zia Monika da cui andrà a stare, in una piccola cittadina cecoslovacca, abitata in precedenza dai Sudeti.
Il libro, in sostanza, narra la vita di Anita una volta fuori dal Campo, nuovamente inserita nella società umanizzata che, però, non vuole né vedere né sentire gli orrori che la poveretta ha vissuto insieme a molte altre persone, chi ancora vivo e chi no.
Ci racconta della famiglia in cui è inserita, in cui è costretta  a vivere lavorando come baby sitter e donna di casa per una signora superficiale, Monika, sua zia, devota solo al denaro e alle apparenze, che si vergogna delle proprie origini ebraiche, gelosa di tutto ciò che il figlioletto, Roby, impara assieme ad Anita nei momenti in cui Monika stessa è assente. Una madre possessiva, che cerca in tutti i modi di chiudere occhi e orecchie, di vivere guardando solamente al futuro e rinnegando il presente, nonché il passato.
Al suo fianco, un marito fin troppo espansivo, disposto a prodigarsi per gli altri che, però, non la soddisfa, perché spesso le rema contro e un cognato un po’… libertino, che si approfitta di tutte le donne, senza sancire un legame duraturo come il fidanzamento o il matrimonio.
Fatto sta che Eli ingravida Anita, convinta di amarlo e, soprattutto, che i suoi sentimenti siano ricambiati ma, si sa, all’epoca una gravidanza fuori dal matrimonio era un biglietto di sola andata per la rovina più totale, perciò la obbliga ad abortire.
L’ultima parte del libro si concentra a Praga (mentre tutto il resto è ambientato in Cecoslovacchia) dove Anita fugge da Eli, il cognato che l’ha messa incinta, cercando di evitare l’aborto e di imbarcarsi verso la Palestina, la Terra Promessa in cui tutti gli ebrei sognavano di trovare un po’ di pace e serenità.


Recensione

Ah, ma che bel libro allegro, Sam!
Non sono solita gettarmi in letture leggere, ma questo mammamia!  Pesantissimo. E non per l’argomento trattato, credetemi.
Ma procediamo con ordine, sì? :3

Che dire del libro.
Premetto che la storia di fondo la conoscevo già, in quanto avevo visto il film qualche giorno prima di iniziare la lettura e ho notato differenze abbastanza importanti.
Un esempio potrebbe essere quello dei personaggi: Anita va a lavorare in una fabbrica tessile e, mentre nel film incontra un ragazzo di nome David, per cui comincia a provare uno strano affetto – un sentimento molto vicino all’amore, nel libro conosce Emma. Nel film la sua aiutante nella fuga da Praga è Sarah, mentre nel libro è un soldato di nome Avner.
Non so dire, sinceramente, cosa fosse peggio tra l’uno e l’altro.
Certo è che la materia storica è stata un po’ messa da parte, forse quasi banalizzata, dietro i continui pensieri che Anita rivolgeva al trascorso nel Lager. Pensieri che riportavano più o meno lo stesso contenuto, ridondanti e quasi estenuanti.
Ora: io non voglio sminuire l’esperienza del Campo di Sterminio di un sopravvissuto, ma qui è davvero, davvero estremizzata, portata quasi alla stregua di una lamentela continua e incessante.
Ho letto molti altri libri, scritti da sopravvissuti che raccontano la loro esperienza prima, durante e dopo la deportazione e, credetemi, niente a che vedere con quello che ho trovato in questo libro.
Se non avessi dato un’occhiata alle note sull’autrice, in fondo al libro, allora avrei pensato che avesse inventato tutto di sana pianta, immaginando come possa essere, per un sopravvissuto, tornare a vivere mentre ha perso tutto, famiglia, identità, onore e dignità, ridotto alla stregua di – citando Primo Levi – un Muselmann, di un morto che cammina e invece no; l’autrice ha vissuto questa esperienza in prima persona e, da che ho letto, la riporta un po’ ovunque, nei suoi libri.
Penso che l’aspetto storico, oltre ad essere, come ho già detto, estremizzato e banalizzato (questo, poi, è il mio punto di vista, anche se sono consapevole che ognuno vive le esperienze a modo proprio, diverso da quello di ogni altra persona al mondo) sia stato soppiantato dal subbuglio che Eli provoca nell’animo di Anita, ragazzina alle prime armi con l’amore, che si aggrappa a lui come unica certezza, come mezzo per ricominciare a vivere. Si fa troppe fisime inutili per qualsiasi cosa e alle volte è anche esagerata. Poi capisco che sia solo una ragazzina, ma continua ad apparire troppo esagerato, per me…
Parliamo un po’ dei protagonisti, comunque, che in definitiva sono cinque.
Senza dubbio, il personaggio che più ho apprezzato è stato Aron, marito di Monika, l’unico che comunque ha deciso di affrontare la realtà, a prescindere dalla sua crudeltà. Un tizio coi piedi per terra, per intenderci, che fa di tutto per far sentire la nipote a proprio agio, che cerca di aiutarla a districarsi nella nuova vita in cui è costretta a giostrarsi. Simpatico, gentile, disponibile e orgoglioso delle proprie origini ebraiche.
Tutto il contrario della moglie, Monika, che è molto schiva, riservata e rancorosa, diffidente e molto dedita alle apparenze che cerca in ogni modo di salvaguardare. Come vi ho già detto, rinnega il presente e il passato, pensa solo al futuro, ai propri interessi materiali e per questo risulta essere superficiale e scontrosa, odiosa, quasi. Tratta Anita, la figlia di suo fratello, come una schiava, praticamente, piuttosto che come una sua parente. La tiene a distanza a causa dell’esperienza che quest’ultima ha vissuto ad Auschwitz, manco avesse contratto la Peste.
Poi c’è Roby, il bambino di Monika e Aron. Non ha un ruolo attivo all’interno del romanzo e nemmeno del film, eccezion fatta per la funzione di ascoltatore delle avventure di Anita. Ella, infatti, gli racconta gli anni trascorsi con la propria famiglia prima, durante  e dopo lo Sterminio di Massa organizzato da Hitler. Lo influenza così tanto, con i suoi racconti, che nel film – e mi pare anche nel libro – la prima parola del pargoletto è “Lager”. Un po’ triste, non trovate?
Infine Eli. Cognato di Anita, la prende in giro, facendole credere di essere innamorato di lei. La mette incinta e poi, per non avere problemi né a casa né con altre donne, la obbliga ad abortire, rifiutandosi di sposarla. È un uomo rude, infantile ed egoista. Come Monika, pensa al proprio bene, non a quello di chi lo circonda. È attaccato ai piaceri materiali, molto superficiale e decisamente pervertito.
Eppure Anita, una ragazzina nel pieno dell’adolescenza, se ne innamora. Se ne innamora nonostante il suo rifiuto categorico di dirle “ti amo” almeno una volta; se ne innamora nonostante lui abbia altre donne – lo sa, Anita, ma finge di essere l’unica perché è più facile da sopportare – e nonostante lei sia consapevole di essere nient’altro che un oggetto, un passatempo per lui. Nulla di più, nulla di meno.
Lei, invece, è una ragazzina ingenua, petulante, che si appende ai ricordi rifiutandosi di andare avanti; pare che sappia parlare solo di Lager e Lager e ancora Lager. Ne parla con una facilità che rasenta la superficialità, più o meno come tutta la storia e i suoi personaggi.
Da questo deriva uno stile pesante, ripetitivo e abbastanza noioso. Ho fatto veramente fatica ad arrivare alla fine; una sofferenza, dico sul serio.
Soprattutto se le vicende sono condite con i suoi vaneggiamenti religiosi e sull’amore, un amore platonico che nemmeno quello di Catullo per Lesbia…!
Una cosa sola si salva, in questo romanzo, ed è una città.
La parte che più ho apprezzato del libro è ambientata a Praga, città in cui ho passato i cinque giorni più belli della mia vita e che ho amato nel profondo. L’ho sentita mia, in un certo senso, ma solo di giorno. Forse eravamo nella zona più triste o forse era questione di giorni settimanali e non del weekend, ma la vita notturna non è decisamente il loro forte :”
Nel libro, Anita la descrive così: «Praga sapeva un po’ di sogno, un po’ di favola e un po’ di mistero in certi angoli, come se gli abitanti scomparsi s’aggirassero ancora  tra i vicoli. Oltre le presenze reali c’era qualcosa di invisibile, il mitico Golem di cui parlava la mamma, e si avvertiva la mano creativa dell’uomo sui palazzi, sulle casette da mangiare, sugli abbaini alti come colombaie, sulle finestre come occhi delle case» e penso che sia azzeccatissima. ♥~
Potete immaginare quella città così vividamente che vi sembrerà di essere lì, tra i suoi vicoli e i suoi negozietti adorabili.
Questo, comunque, non è sufficiente per fargli prendere un  6/10.

Ultimo appunto prima di tirare le conclusioni, riguarda il titolo: “Quanta stella c’è nel cielonon è un errore grammaticale o di stampa, bensì il verso di una ballata di Petőfi, un grande poeta ungherese.
La strofa da cui è presa, recita pressappoco così: Quanta goccia c'è nell'oceano? Quanta stella c'è nel cielo? Quanto capello sulla testa di un uomo? E quanto male nel cuore?
Domande, queste, che senza dubbio fanno riflettere parecchio.
Fateci un pensierino. ~
Decisamente, è stato il titolo ad attirarmi. Attirerebbe chiunque, devo dire. xD è particolare e inusuale, quasi mai visto e sicuramente incuriosisce il lettore.
Peccato che il titolo non valga il romanzo, diciamo, giusto modificando un attimo il proverbio secondo cui “il gioco non vale la candela”.







Voto: 4,5/10
Proprio mi ha delusa, sì.
Mi aspettavo troppo, forse.








Quote:  
«Il mondo libero diurno o notturno dei bambini deve essere parente stretto della felicità» perché comunque, nonostante tutto, questa è una grande verità.





Che dite, voi, di questo libro?

L’avete letto? Lo conoscete?

Che ne pensate?

Commentate e fateci sapere ♥




A presto! ♫


»Sam ♥

mercoledì 8 ottobre 2014

Le Lettere del Sabato



Terza recensione librosa di Sam ~
Ben ritrovati, dunque!
Quest’oggi vorrei recensire un libro che mi ha fatta sognare: Le lettere del Sabato, di Irene Dische.




Titolo: Le lettere del Sabato
Titolo originale: Zwischen zwei Scheiben Glück
Autore: Irene Dische
Pagine: 93
Prezzo: 5,50€
Ed. Universale Economica Feltrinelli





Trama

«“Sono nato con la camicia,” ripeté ancora una volta Laszlo, il padre di Peter, prima di trasferirsi, alla fine degli anni trenta, dall’Ungheria a Berlino. Peter va con lui e osserva affascinato la grande città, con i suoi cinema e le feste e l’atmosfera di grande eccitazione che non riesce a capire fino in fondo. Peter non sa di essere ebreo e quando Laszlo non può più nasconderglielo lo rimanda in Ungheria, dal nonno.»
Qui Peter aspetta una settimana dopo l’altra le lettere che ogni sabato arrivano puntuali da Berlino e lo fanno sognare. Ma l’illusione si fa sempre più fragile perché un giorno, entrando nello studio del suo anziano parente, Laszlo viene a conoscenza di una verità scioccante e, al contempo, straziante che farà crollare tutte le illusorie certezze che avevano retto il suo mondo fino a quel momento, rendendolo però più forte, più grande di prima.


Recensione

Perché ho scelto di recensire questo libro sconosciuto?
Semplice: io amo i libri che trattano di Olocausto e, più in generale, di Nazismo. Trovo che siano tremendamente coinvolgenti e appassionanti e che, attraverso la narrazione di storie più o meno vere (da intendersi: autobiografiche e non) permettono al lettore di immergersi in un mondo che sembra all’apparenza lontano, ma che in realtà è ancora molto vicino a noi.
La crudezza degli eventi narrati è quasi affascinante, devo dire. E per questo tali libri mi attirano come una calamita attira un pezzo di ferro.
Per questo libro, invece, è stato diverso; è stata un’odissea assurda, credetemi.
Sono entrata in libreria e l’ho visto lì. Ne ho letto la trama e l’ho riposto, perché pensavo fosse un racconto superficiale, che non avrebbe reso giustizia a quel che è stato il Genocidio di massa che l'autrice ha scelto come tema di fondo per questo romanzo.
Il giorno dopo, piena di sensi di colpa, sono tornata in negozio e l’ho comprato – che poi, tra l’altro, era anche l’ultima copia rimasta – iniziando a leggerlo subitissimo.
Non mi sono mai pentita di aver ripensato e rivalutato la mia impressione iniziale e procedo subito a spiegarvi perché. ~

Questo libro è l’amore.
In tutti i sensi.
L’amore di un padre verso il figlio, l’unica cosa che gli è rimasta al mondo.
L’amore di un figlio verso il padre, che aspetta incessantemente per anni il suo ritorno, che desidera imparare a diventare grande per mostrargli, un giorno, quanto anche lui si sia dato da fare nel frattempo.
L’amore di una donna che, scampata all’Olocausto, torna da Peter per cercare di mettere insieme la famiglia che lui ha perduto e andare avanti, riabbracciando la felicità e dimenticando gli orrori vissuti fino a quel momento.
L’amore di un nonno rude che si prodiga per il nipote e per la sua felicità, anche se questo significa illuderlo e rischiare che l’illusione, un giorno, si spezzi.
I personaggi, grossomodo, sono proprio questi quattro: Laszlo, che dice di essere nato con la camicia, che viene schernito da tutti ma che, nel corso del romanzo, si dimostra essere il padre migliore del mondo. Quando fiuta il pericolo, sceglie di portare Peter in Ungheria, città natale dell’intera famiglia, e affidarlo al burbero nonno, tornando poi a Berlino e concludendo lì la sua esistenza.
Poi c’è Peter, nucleo vitale di Laszlo, la sua ragione di vita, che vive nel mondo incantato che l’adulto sceglie di mostrargli, cercando di tenerlo lontano dagli orrori della Guerra, dagli orrori di Hitler. A questo bambino, curioso e obbediente, quanto adorabile e affezionato al padre, Laszlo mostra solamente la parte buona – o quel che n’è rimasto – del mondo circostante che va pian piano sgretolandosi, perché quello vuole che gli rimanga impresso: bei ricordi.
Il nonno, invece, è un personaggio interessante: si mostra burbero, scostante e scontroso, maniaco dell’ordine, della pulizia e dell’educazione. Esige che tutto sia impeccabile, così come esige che nessuno entri nel suo studio, luogo in cui custodisce un segreto estremamente dolce, che rivelerà la profondità del suo cuore, dei sentimenti che egli prova nei confronti del piccolo Peter, che sembra tenere costantemente alla larga.
Infine, c’è Thea che ha fatto da colf, diciamo, a Laszlo quando era a Berlino insieme a Peter. Ha finito con l’innamorarsi di quell’uomo e sceglie, alla fine del libro, di compiere un passo importante. Come ho scritto nell’introduzione, questa ragazza all’apparenza nevrotica, isterica e insopportabile, ritorna a Budapest con una bambina e sceglie di fare a Peter il regalo più bello che un bambino, allontanato dai propri punti fermi, possa ricevere: riunire una famiglia ormai distrutta, mandandola avanti da sola, lasciandosi alle spalle gli orrori di Guerra e Olocausto.

Altro motivo per cui questo libro è l’amore: il punto di vista è particolare.
Il narratore è esterno, però racconta abilmente gli eventi osservando il mondo attraverso gli occhi di Peter, che è ancora un bambino. Anche la feccia che lo popola diventa improvvisamente qualcosa di tenero e irresistibilmente dolce.
Sembra quasi che Irene Dische ci racconti di un sogno, piuttosto che di eventi crudeli e disumani, ma è questa la particolarità di questo libro, ciò che più ho apprezzato.
Non scende nello scadente, non minimizza nulla, non rende meno importante il ricordo di quel Genocidio. Lo presenta al lettore dopo averlo sottoposto al filtro degli occhi di un bambino e lo condisce con deliziosi disegnini a fine capitolo.


Io l’ho adorato, perché è uno stile diverso dal solito, particolare, che non avevo mai trovato da nessun’altra parte. Uno stile che avevo sottovalutato ma che, invece, mi ha costretta a divorare il libro – seppur gustandomelo fino in fondo – e a ridere, sorridere, commuovermi e rattristarmi per i protagonisti a cui, inevitabilmente, ti affezioni. Impossibile non immedesimarsi in loro e non vivere al loro fianco le vicende in cui si trovano coinvolti.

Una storia diversa, più leggera e adatta a tutte le età, a tutti i tipi di persone, anche quelle più sensibili all’argomento trattato, perché questo libro è in grado di smuovere anche il cuore più duro.


Voto: 10/10 (anche qui).
E no, giuro che non lo faccio apposta. xD un giorno vi porterò anche la recensione di un libro che non mi è piaciuto.
Dovrò impegnarmi a trovarlo, però lo farò, promesso… xD




Quote:
«C’era una fotografia del padre appoggiata sulla mensola del caminetto. Era solo una piccola immagine di un giovane sorridente con gli occhi e i capelli neri, dentro una cornice d’oro, e parte di una guancia era nascosta da un ramoscello di fiori rosa in un vaso sulla stessa mensola. Tutto a un tratto il resto della stanza, il resto del mondo perse ogni importanza, ogni colore, ogni dettaglio. Quel viso era tutto ciò che importava. Ma quel viso, imprigionato in una cornice d’oro, non poteva venire da lui.

Peter rimase sconvolto da quell’improvvisa nostalgia del padre. Se avesse saputo come chiamare quel sentimento avrebbe potuto dire amore, se avesse saputo come descriverlo avrebbe detto perdita.»





E voi? che ne pensate?

L’avete letto?

Se vi va, lasciate un parere e fatemi sapere cosa ne pensate di questa recensione. ~


A presto! ♫

» Sam ♥

mercoledì 1 ottobre 2014

Scrittura creativa #1



Ben ritrovati a tutti, qui parla Sam ~

Oggi non vi presenterò una recensione librosa (buuuuh! Piango tantissimo! ;0;) bensì il primo post relativo alla mia nuova rubrica di scrittura creativa.




Perché?

C’è chi ama avere le mani in pasta, chi ama andare a fare jogging e chi ama dipingere.
Poi ci sono io, che le mani in pasta le metto solo per fare dolci, che sono troppo pigra per andare a correre e che non so fare una riga dritta nemmeno con l’aiuto di un righello (sì, sono un caso perso, lo so. Non ricordatemelo e non ridete, su) quindi…!
Quindi rompo le scatole alla gente con le mie storielle.
Esatto: scrivo, scrivo a tempo perso (non è vero, perché scrivo tutti i giorni) così ho pensato: perché non fare una rubrica di scrittura creativa sul nostro bellissimo blog?
So here I am. ~


Cosa farai qui, Sam?

Poltrirò.
Dormirò.
Vi annoierò.
Mi annoierò.
Canterò a squarciagola le canzoni dei One Direction.
… no, non è vero! Non fuggite! Stavo scherzando! :’)

Semplicemente parlerò di scrittura.
Parlerò della mia passione, però in maniera costruttiva, riportandovi qualche consiglio che ho raccolto in giro. :D

So, enjoy!


† † † † † †


Lesson #1


«Non si scrive perché si vuol dire qualcosa; si scrive perché si ha qualcosa da dire».
―F. S. Fitzgerald


(Sì, quello de Il grande Gatsby. Intanto che voi sfangirlate sulla performance di Di Caprio, io sfangirlo sul romanzo, mh? :D)

Dunque: partiamo dal presupposto che questa citazione sia ciò che meglio riassume il mondo della scrittura.
Tu, persona che legge, hai qualcosa da dire, ma nessuno ti ascolta; ergo prendi carta e penna e scrivi, scrivi fino a che non hai terminato (c’è chi lascia a metà molte cose, quindi non è poi così ovvio iniziare dal principio e proseguire fino alla fine, neh ~) e poi qualcuno legge, presta attenzione e prova qualcosa.
Quel che hai scritto, altro non è che il corpo narrativo, un insieme di parole che danno vita, che raccontano la storia che hai scelto di condividere.
Di fondo ad essa, un tema: amore, odio, felicità, amicizia, sofferenza… i soliti, no? Quelli che tutti conoscono ma che ognuno esprime a modo proprio. Il risultato di questo, perciò, sarà diverso di volta in volta, poiché chi scrive avrà, infatti, il privilegio di scegliere quale aspetto del tema scelto trattare e in che modo.
Se questa persona è un romanziere, poi, ha un compito importante.
Nello sviluppare questi temi all’interno di una storia, egli non deve solamente limitarsi a dire, bensì deve far vedere quel che pensa, quel che cerca di trasmettere al lettore.
Deve, in pratica, suscitare una reazione emotiva.
Quindi, il compito di voi aspiranti scrittori è quello di racchiudere il vero contenuto della storia all’interno di essa, in modo che al lettore rimanga impresso qualcosa.
Dovrete, quindi, coinvolgerlo.
La collaborazione del lettore è indispensabile, ovviamente; egli non è da considerarsi un elemento passivo che chiude il circolo “Mano-Penna-Foglio-Parole-Frasi-Romanzo-Libro”, bensì un elemento attivo che legge perché vuole ricercare, arricchire il proprio bagaglio culturale e acquisire qualcosa in più.
Immaginate di essere ad una partita di tennis: da un lato del campo c’è lo scrittore, dall’altro il lettore. La palla rappresenta le parole che il primo ha impiegato per far sì che un dato concetto rimanga nella mente del secondo, il quale, a sua volta, cerca qualcosa che l’impressioni, che gli resti dentro, insomma.
Per far sì che ciò accada, lo scrittore può scegliere di avvalersi di numerose tecniche letterarie, conosciute col nome di figure retoriche, le quali creano un’immagine che rimanda a qualcos’altro, ad un significato più profondo e nascosto che spetta al lettore scoprire e comprendere, rendendolo proprio.

A questo punto, la domanda che sorge spontanea è: “Come faccio ad attirare il lettore”?
Ebbene: con un incipit.
*Cori di ‘You don’t say?!’*
L’incipit, l’attacco del racconto o della long (storia a più capitoli) che volete raccontare è fondamentale per attirare un lettore.
Deve essere, quindi, accattivante, immediato (ad esempio in medias res, che significa: “a metà delle cose”).
Nel caso di un giallo, ad esempio, la scena iniziale potrebbe essere quella di un omicidio che sta avendo luogo o del ritrovamento di un cadavere.
Si può anche iniziare un azione nel presente e, nella scena successiva, avvalersi di un flashback, un salto indietro nel tempo narrativo per fornire un chiarimento sull’accaduto.
Un’altra scelta “audace” potrebbe essere iniziare lo scritto con un pronome, poiché lascia in sospeso la comprensione del discorso nella sua interezza, portando il lettore a prestare più attenzione a ciò che sta leggendo e spingendolo a dare nuovi significati a ciò che gli si presenta davanti, durante la lettura.

Fino a qui ci siamo, sì?
Spero di essermi spiegata!

Ed ora, un paio di consigli su come superare il blocco dello scrittore, la paura del foglio bianco, ossia: come fare quando c’è l’idea, ma manca la parola? Come rompere il ghiaccio?

Vi propongo due metodi abbastanza semplici, alla portata di tutti, che possono essere testati senza sforzo.

Primo trucco: la grammatica

NON FUGGITE.
NON CI PROVATE NEMMENO. VI VEDO E VI GIUDICO.(?)
No, non è vero, non vi giudico, ma voi non spaventatevi. :’)
Semplicemente si tratta di giocare con essa, scombinare l’ordine di una frase (PUR MANTENENDOLA DI SENSO COMPIUTO, badate bene) per rendere l’attacco più accattivante sia per chi legge e, soprattutto, per chi scrive.
Se disposte abilmente, allora sono in grado di scatenare la vostra vena creativa. ~
Non sempre otterrete risultati da capolavori d’arte letteraria, ma almeno sarete riusciti a vincere la timidezza iniziale dovuta alla pagina bianca.

Secondo trucco: la parola d’avvio

TAN-TAN-TAAAAAAAN.
Cos’è ‘sto brutto mostro?
Ah, niente in tutto: la prima parola del vostro scritto.
Il consiglio che vi si dà è di iniziare con un vocabolo che non abbia niente a che fare con l’idea che volete esprimere; semplicemente, piazzate la parola iniziale e poi costruite da lì, l’intera narrazione, sviscerando eventuali legami che essa potrebbe avere con la vostra idea.
Questo perché?
Semplice: la mente cerca legami tra le cose, cercando di dar loro un senso e un ordine logico che abbia a che fare con l’idea che ci si prefissa, quindi sarà più portata alla ricerca idea-primo vocabolo, piuttosto che concentrata fino allo sfinimento su di un incipit che si rifiuta di scriversi u.ù

Dunque.
Quel che ho esposto fino ad ora, si potrebbe riassumere in quattro punti chiave (*Cori di: “Potevi dirlo prima!”* e invece no, perché a me me piase divertirmi così u.u non odiatemi~):

1.      Ponetevi un obiettivo → Questo significa, banalmente, trovare un tema di cui parlare e fare una specie di scaletta approssimativa che racchiude i punti salienti da toccare durante una narrazione;

2.      Siate creativi con la grammatica (possibilmente senza storpiarla, grazie) e continuate con una frase di aggancio → Una volta scelto il tema, si passa all’incipit che, non dimenticatelo mai, deve essere in grado di catturare il lettore, quindi deve imporsi prepotentemente, farsi notare. Una volta dato il via, le frasi successive devono incidere ancora di più, in modo che chi legge rimanga colpito e non abbandoni lo scritto all’istante.
In questo aiuta molto la destrezza con cui si maneggia la grammatica ma, ancora di più, la conoscenza di un vasto vocabolario (si può rimediare col dizionario dei sinonimi e dei contrari, comunque, che male non fa).
Lo stile, poi, deve essere in linea e rispecchiare il contenuto; se parlate della vita di una giovane ragazza, sicuramente non parlerete di lei utilizzando gli stessi metodi che usereste per parlare di un cane o di un fantasma, no?

3.      Scegliete le parole in base al suono Il suono della parola, oltre a fornire una lettura più scorrevole, spesso rimanda anche a significati e caratteristiche dei protagonisti di cui scrivete, poiché è un elemento molto evocativo, decisamente incisivo.
Il suono può essere molto utile, perciò non sottovalutatelo mai e spendete del tempo nella scelta delle parole giuste.

4.      Stimolate l’interesse per i personaggiBisogna dar loro spessore, senza allontanarli troppo dalla realtà, rendendoli comunque verosimili (il che significa evitare Mary Sue e Gary Stu) in modo che il lettore riesca ad immedesimarsi in essi.
Questo permette anche a chi legge di insinuarsi nell’intimità dei personaggi, nelle loro emozioni, nei loro pensieri e vivere sulla propria pelle le loro avventure. Lo incuriosiscono, lo fanno dubitare, lo animano assieme a sé stessi, facendo sì che egli si ritrovi coinvolto nella storia del protagonista di cui sta leggendo.

† † † † † †

Ebbene, eccoci giunti al riassunto vero e proprio di questo post eterno :’)
Spero non vi siate annoiati e che di tutta la mia pappardella vi sia rimasto ciò che segue:


  • Chi scrive deve anche saper “mostrare” il contenuto della propria storia in modo indiretto e non limitarsi a “dire”, ad esporlo come se il lettore fosse un elemento passivo;

  • Bisogna riuscire a coinvolgere il lettore suscitando in esso una reazione emotiva

  • Bisogna saper leggere i segreti di un corpo narrativo, per poter scrivere, in modo da estrapolare determinati elementi e farli propri (mi vien da pensare all’uso delle virgolette e della punteggiatura);

  • Bisogna sfruttare la flessibilità della grammatica e della sintassi, ricorrendo anche all’uso di figure retoriche, anche senza improvvisarsi Dante Alighieri
  • Bisogna interessare il lettore attraverso l’incipit, coinvolgendolo e stimolandolo attraverso, ad esempio, un attacco in medias res, nel bel mezzo dell’azione o con una preposizione che dia ritmo alla frase o, al contrario, con un pronome che fornisca alla stessa un ché di ambiguo, trasportandola su diversi livelli di lettura;

  • Bisogna superare il blocco dello scrittore e la paura del foglio bianco, magari sfruttando uno dei due trucchi riportati sopra.



Benee… siamo giunti alla fine. Alleluia!


Questo post potrebbe benissimo considerarsi un’introduzione generale; tra un paio di settimane (perché questa sarà la frequenza di aggiornamento di questa rubrica, alternata con quella librosa) partiremo con la trama e i suoi elementi. ~




Che ne pensate?
È stato interessante?
Pareri e domande?


A presto! ♫

»Sam