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mercoledì 15 ottobre 2014

Quanta stella c'è nel cielo



Quarta recensione librosa da parte di Sam.
Stavolta, visto che i miei collaboratori si sono lamentati dei miei bellissimi 10, vi presento uno dei rari libri che hanno meritato un’insufficienza: Quanta stella c’è nel cielo, di Edith Bruck.



Titolo: Quanta stella c’è nel cielo
Titolo originale: Pare proprio che sia ‘Quanta stella c’è nel cielo
Autore: Edith Bruck
Pagine:  198
Prezzo: € 9,90
Ed. Garzanti


Trama

Anita non ha ancora sedici anni. È sopravvissuta ad Auschwitz e alla brutalità dei Nazisti. Quando viene liberata, ha solamente tredici anni ma, prima di poter essere rimandata a casa, deve passare qualche tempo in un ospedale gestito da americani.
Una volta guarita, viene affidata ad Eli, il cognato della zia Monika da cui andrà a stare, in una piccola cittadina cecoslovacca, abitata in precedenza dai Sudeti.
Il libro, in sostanza, narra la vita di Anita una volta fuori dal Campo, nuovamente inserita nella società umanizzata che, però, non vuole né vedere né sentire gli orrori che la poveretta ha vissuto insieme a molte altre persone, chi ancora vivo e chi no.
Ci racconta della famiglia in cui è inserita, in cui è costretta  a vivere lavorando come baby sitter e donna di casa per una signora superficiale, Monika, sua zia, devota solo al denaro e alle apparenze, che si vergogna delle proprie origini ebraiche, gelosa di tutto ciò che il figlioletto, Roby, impara assieme ad Anita nei momenti in cui Monika stessa è assente. Una madre possessiva, che cerca in tutti i modi di chiudere occhi e orecchie, di vivere guardando solamente al futuro e rinnegando il presente, nonché il passato.
Al suo fianco, un marito fin troppo espansivo, disposto a prodigarsi per gli altri che, però, non la soddisfa, perché spesso le rema contro e un cognato un po’… libertino, che si approfitta di tutte le donne, senza sancire un legame duraturo come il fidanzamento o il matrimonio.
Fatto sta che Eli ingravida Anita, convinta di amarlo e, soprattutto, che i suoi sentimenti siano ricambiati ma, si sa, all’epoca una gravidanza fuori dal matrimonio era un biglietto di sola andata per la rovina più totale, perciò la obbliga ad abortire.
L’ultima parte del libro si concentra a Praga (mentre tutto il resto è ambientato in Cecoslovacchia) dove Anita fugge da Eli, il cognato che l’ha messa incinta, cercando di evitare l’aborto e di imbarcarsi verso la Palestina, la Terra Promessa in cui tutti gli ebrei sognavano di trovare un po’ di pace e serenità.


Recensione

Ah, ma che bel libro allegro, Sam!
Non sono solita gettarmi in letture leggere, ma questo mammamia!  Pesantissimo. E non per l’argomento trattato, credetemi.
Ma procediamo con ordine, sì? :3

Che dire del libro.
Premetto che la storia di fondo la conoscevo già, in quanto avevo visto il film qualche giorno prima di iniziare la lettura e ho notato differenze abbastanza importanti.
Un esempio potrebbe essere quello dei personaggi: Anita va a lavorare in una fabbrica tessile e, mentre nel film incontra un ragazzo di nome David, per cui comincia a provare uno strano affetto – un sentimento molto vicino all’amore, nel libro conosce Emma. Nel film la sua aiutante nella fuga da Praga è Sarah, mentre nel libro è un soldato di nome Avner.
Non so dire, sinceramente, cosa fosse peggio tra l’uno e l’altro.
Certo è che la materia storica è stata un po’ messa da parte, forse quasi banalizzata, dietro i continui pensieri che Anita rivolgeva al trascorso nel Lager. Pensieri che riportavano più o meno lo stesso contenuto, ridondanti e quasi estenuanti.
Ora: io non voglio sminuire l’esperienza del Campo di Sterminio di un sopravvissuto, ma qui è davvero, davvero estremizzata, portata quasi alla stregua di una lamentela continua e incessante.
Ho letto molti altri libri, scritti da sopravvissuti che raccontano la loro esperienza prima, durante e dopo la deportazione e, credetemi, niente a che vedere con quello che ho trovato in questo libro.
Se non avessi dato un’occhiata alle note sull’autrice, in fondo al libro, allora avrei pensato che avesse inventato tutto di sana pianta, immaginando come possa essere, per un sopravvissuto, tornare a vivere mentre ha perso tutto, famiglia, identità, onore e dignità, ridotto alla stregua di – citando Primo Levi – un Muselmann, di un morto che cammina e invece no; l’autrice ha vissuto questa esperienza in prima persona e, da che ho letto, la riporta un po’ ovunque, nei suoi libri.
Penso che l’aspetto storico, oltre ad essere, come ho già detto, estremizzato e banalizzato (questo, poi, è il mio punto di vista, anche se sono consapevole che ognuno vive le esperienze a modo proprio, diverso da quello di ogni altra persona al mondo) sia stato soppiantato dal subbuglio che Eli provoca nell’animo di Anita, ragazzina alle prime armi con l’amore, che si aggrappa a lui come unica certezza, come mezzo per ricominciare a vivere. Si fa troppe fisime inutili per qualsiasi cosa e alle volte è anche esagerata. Poi capisco che sia solo una ragazzina, ma continua ad apparire troppo esagerato, per me…
Parliamo un po’ dei protagonisti, comunque, che in definitiva sono cinque.
Senza dubbio, il personaggio che più ho apprezzato è stato Aron, marito di Monika, l’unico che comunque ha deciso di affrontare la realtà, a prescindere dalla sua crudeltà. Un tizio coi piedi per terra, per intenderci, che fa di tutto per far sentire la nipote a proprio agio, che cerca di aiutarla a districarsi nella nuova vita in cui è costretta a giostrarsi. Simpatico, gentile, disponibile e orgoglioso delle proprie origini ebraiche.
Tutto il contrario della moglie, Monika, che è molto schiva, riservata e rancorosa, diffidente e molto dedita alle apparenze che cerca in ogni modo di salvaguardare. Come vi ho già detto, rinnega il presente e il passato, pensa solo al futuro, ai propri interessi materiali e per questo risulta essere superficiale e scontrosa, odiosa, quasi. Tratta Anita, la figlia di suo fratello, come una schiava, praticamente, piuttosto che come una sua parente. La tiene a distanza a causa dell’esperienza che quest’ultima ha vissuto ad Auschwitz, manco avesse contratto la Peste.
Poi c’è Roby, il bambino di Monika e Aron. Non ha un ruolo attivo all’interno del romanzo e nemmeno del film, eccezion fatta per la funzione di ascoltatore delle avventure di Anita. Ella, infatti, gli racconta gli anni trascorsi con la propria famiglia prima, durante  e dopo lo Sterminio di Massa organizzato da Hitler. Lo influenza così tanto, con i suoi racconti, che nel film – e mi pare anche nel libro – la prima parola del pargoletto è “Lager”. Un po’ triste, non trovate?
Infine Eli. Cognato di Anita, la prende in giro, facendole credere di essere innamorato di lei. La mette incinta e poi, per non avere problemi né a casa né con altre donne, la obbliga ad abortire, rifiutandosi di sposarla. È un uomo rude, infantile ed egoista. Come Monika, pensa al proprio bene, non a quello di chi lo circonda. È attaccato ai piaceri materiali, molto superficiale e decisamente pervertito.
Eppure Anita, una ragazzina nel pieno dell’adolescenza, se ne innamora. Se ne innamora nonostante il suo rifiuto categorico di dirle “ti amo” almeno una volta; se ne innamora nonostante lui abbia altre donne – lo sa, Anita, ma finge di essere l’unica perché è più facile da sopportare – e nonostante lei sia consapevole di essere nient’altro che un oggetto, un passatempo per lui. Nulla di più, nulla di meno.
Lei, invece, è una ragazzina ingenua, petulante, che si appende ai ricordi rifiutandosi di andare avanti; pare che sappia parlare solo di Lager e Lager e ancora Lager. Ne parla con una facilità che rasenta la superficialità, più o meno come tutta la storia e i suoi personaggi.
Da questo deriva uno stile pesante, ripetitivo e abbastanza noioso. Ho fatto veramente fatica ad arrivare alla fine; una sofferenza, dico sul serio.
Soprattutto se le vicende sono condite con i suoi vaneggiamenti religiosi e sull’amore, un amore platonico che nemmeno quello di Catullo per Lesbia…!
Una cosa sola si salva, in questo romanzo, ed è una città.
La parte che più ho apprezzato del libro è ambientata a Praga, città in cui ho passato i cinque giorni più belli della mia vita e che ho amato nel profondo. L’ho sentita mia, in un certo senso, ma solo di giorno. Forse eravamo nella zona più triste o forse era questione di giorni settimanali e non del weekend, ma la vita notturna non è decisamente il loro forte :”
Nel libro, Anita la descrive così: «Praga sapeva un po’ di sogno, un po’ di favola e un po’ di mistero in certi angoli, come se gli abitanti scomparsi s’aggirassero ancora  tra i vicoli. Oltre le presenze reali c’era qualcosa di invisibile, il mitico Golem di cui parlava la mamma, e si avvertiva la mano creativa dell’uomo sui palazzi, sulle casette da mangiare, sugli abbaini alti come colombaie, sulle finestre come occhi delle case» e penso che sia azzeccatissima. ♥~
Potete immaginare quella città così vividamente che vi sembrerà di essere lì, tra i suoi vicoli e i suoi negozietti adorabili.
Questo, comunque, non è sufficiente per fargli prendere un  6/10.

Ultimo appunto prima di tirare le conclusioni, riguarda il titolo: “Quanta stella c’è nel cielonon è un errore grammaticale o di stampa, bensì il verso di una ballata di Petőfi, un grande poeta ungherese.
La strofa da cui è presa, recita pressappoco così: Quanta goccia c'è nell'oceano? Quanta stella c'è nel cielo? Quanto capello sulla testa di un uomo? E quanto male nel cuore?
Domande, queste, che senza dubbio fanno riflettere parecchio.
Fateci un pensierino. ~
Decisamente, è stato il titolo ad attirarmi. Attirerebbe chiunque, devo dire. xD è particolare e inusuale, quasi mai visto e sicuramente incuriosisce il lettore.
Peccato che il titolo non valga il romanzo, diciamo, giusto modificando un attimo il proverbio secondo cui “il gioco non vale la candela”.







Voto: 4,5/10
Proprio mi ha delusa, sì.
Mi aspettavo troppo, forse.








Quote:  
«Il mondo libero diurno o notturno dei bambini deve essere parente stretto della felicità» perché comunque, nonostante tutto, questa è una grande verità.





Che dite, voi, di questo libro?

L’avete letto? Lo conoscete?

Che ne pensate?

Commentate e fateci sapere ♥




A presto! ♫


»Sam ♥

giovedì 9 ottobre 2014

Giudicare dalla copertina • #2 • La meccanica del cuore

• LIBRO: La meccanica del cuore
• AUTORE: Mathias Malzieu
• COPERTINA: Prima edizione Italiana - 2012
• ART DIRECTOR: Cristiano Guerri
• PREZZO EDIZIONE: 15,00 €

• ALTRE INFORMAZIONI: Disegno e tipografia di estudio Flammarion. Illustrazione in copertina di Benjamin Lacombe. Per la trama, cliccare qui.



Di questo libro, la prima cosa che mi ha colpito è stato il titolo. Nel (lontano?) 2012 ero ancora una bambina (due anni in meno, capirai...) e attraversavo un periodo molto... romantico della mia vita, non potevo non fermarmi a leggere la trama posta nella quarta di copertina.
La storia - come descritto nel libro - riprende un'atmosfera simile a quella dei film di Tim Burton. Personalmente, la definirei a metà tra i barocco e il romantico (nel senso più letterario possibile). Lo stile di scrittura di Malzieu è ricco di addobbi e particolari, similitudini quasi esagerate - molto, appunto, barocco. Il romanticismo invece si traduce nello stile un po' steampunk della storia (l'orologio al posto del cuore) e il tema centrale riposto nella ricerca e nell'amore del protagonista.
Questi due aspetti del libro si rispecchiano nella copertina.
Lo stile del disegno si adatta molto al tipo di storia, richiamando - perché no? - i film animati che hanno visto la collaborazione del regista di cui sopra.
Trovo adorabile il contrasto del colore tra le case (nel libro si parla dell'inverno di Edimburgo, l'inverno più freddo di sempre) e tra Jack e Miss Acacia e gli ingranaggi dietro di loro.
La distribuzione dei colori ai vari personaggi è qualcosa di melanconico e dolce allo stesso tempo. Miss Acacia rappresenta il cuore di Jack, quello che lui cerca, vestita di rosso e danzante, quasi come se palpitasse, con i fronzoli del vestito che si alzano quando balla e il sorriso sereno sul viso. Lui invece, sembra stato colorato con una palette che richiama il grigiore della città e degli ingranaggi che continuano sulla seconda di copertina (nella quale si vede a sua sagoma che corre sui denti delle ruote). E' grigio e rosso, ma un rosso scuro.
Jack incarna le tre regole che gli permettono la sopravvivenza:

Uno, non toccare le lancette.
Due, domina la rabbia.
Tre, non innamorarti, mai e poi mai.

In sostanza, la copertina non è male, non avrei nulla da ridire ma, se proprio devo fare un commento a sfavore(?), parlerei del titolo. E' semplice, e questo va bene, in contrasto con il disegno particolare, ma è di un nero troppo.. nero, avrei preferito un colore molto scuro, tendente al nero, ma con una sfumatura che riprendesse qualcosa del disegno, in modo da creare più uniformità.
Anche questa volta non propongo nessuna "copertina alternativa", non perché non abbia tempo come la volta scorsa, ma semplicemente trovo questa sufficientemente buona ^^"

Comunque, il libro non è molto lungo, ma mia edizione è di circa 150 pagine, e trovo che 15 euro per un libricino di questo genere senza nemmeno copertina rigida sia un po' un furto.. ma nel periodo in cui lo comprai trovavo fossero dei soldi ben spesi.

L'interno non presenta particolari scelte grafiche e, francamente, la cosa non mi dispiace affatto.
In generale una copertina che presenta bene il libro e lo riassume, ottimo modo per catturare gli adolescenti un po' persi e depressi come lo ero io. ;u; 

• VALUTAZIONE: ☆ ☆ ☆ [3/5]

mercoledì 8 ottobre 2014

Le Lettere del Sabato



Terza recensione librosa di Sam ~
Ben ritrovati, dunque!
Quest’oggi vorrei recensire un libro che mi ha fatta sognare: Le lettere del Sabato, di Irene Dische.




Titolo: Le lettere del Sabato
Titolo originale: Zwischen zwei Scheiben Glück
Autore: Irene Dische
Pagine: 93
Prezzo: 5,50€
Ed. Universale Economica Feltrinelli





Trama

«“Sono nato con la camicia,” ripeté ancora una volta Laszlo, il padre di Peter, prima di trasferirsi, alla fine degli anni trenta, dall’Ungheria a Berlino. Peter va con lui e osserva affascinato la grande città, con i suoi cinema e le feste e l’atmosfera di grande eccitazione che non riesce a capire fino in fondo. Peter non sa di essere ebreo e quando Laszlo non può più nasconderglielo lo rimanda in Ungheria, dal nonno.»
Qui Peter aspetta una settimana dopo l’altra le lettere che ogni sabato arrivano puntuali da Berlino e lo fanno sognare. Ma l’illusione si fa sempre più fragile perché un giorno, entrando nello studio del suo anziano parente, Laszlo viene a conoscenza di una verità scioccante e, al contempo, straziante che farà crollare tutte le illusorie certezze che avevano retto il suo mondo fino a quel momento, rendendolo però più forte, più grande di prima.


Recensione

Perché ho scelto di recensire questo libro sconosciuto?
Semplice: io amo i libri che trattano di Olocausto e, più in generale, di Nazismo. Trovo che siano tremendamente coinvolgenti e appassionanti e che, attraverso la narrazione di storie più o meno vere (da intendersi: autobiografiche e non) permettono al lettore di immergersi in un mondo che sembra all’apparenza lontano, ma che in realtà è ancora molto vicino a noi.
La crudezza degli eventi narrati è quasi affascinante, devo dire. E per questo tali libri mi attirano come una calamita attira un pezzo di ferro.
Per questo libro, invece, è stato diverso; è stata un’odissea assurda, credetemi.
Sono entrata in libreria e l’ho visto lì. Ne ho letto la trama e l’ho riposto, perché pensavo fosse un racconto superficiale, che non avrebbe reso giustizia a quel che è stato il Genocidio di massa che l'autrice ha scelto come tema di fondo per questo romanzo.
Il giorno dopo, piena di sensi di colpa, sono tornata in negozio e l’ho comprato – che poi, tra l’altro, era anche l’ultima copia rimasta – iniziando a leggerlo subitissimo.
Non mi sono mai pentita di aver ripensato e rivalutato la mia impressione iniziale e procedo subito a spiegarvi perché. ~

Questo libro è l’amore.
In tutti i sensi.
L’amore di un padre verso il figlio, l’unica cosa che gli è rimasta al mondo.
L’amore di un figlio verso il padre, che aspetta incessantemente per anni il suo ritorno, che desidera imparare a diventare grande per mostrargli, un giorno, quanto anche lui si sia dato da fare nel frattempo.
L’amore di una donna che, scampata all’Olocausto, torna da Peter per cercare di mettere insieme la famiglia che lui ha perduto e andare avanti, riabbracciando la felicità e dimenticando gli orrori vissuti fino a quel momento.
L’amore di un nonno rude che si prodiga per il nipote e per la sua felicità, anche se questo significa illuderlo e rischiare che l’illusione, un giorno, si spezzi.
I personaggi, grossomodo, sono proprio questi quattro: Laszlo, che dice di essere nato con la camicia, che viene schernito da tutti ma che, nel corso del romanzo, si dimostra essere il padre migliore del mondo. Quando fiuta il pericolo, sceglie di portare Peter in Ungheria, città natale dell’intera famiglia, e affidarlo al burbero nonno, tornando poi a Berlino e concludendo lì la sua esistenza.
Poi c’è Peter, nucleo vitale di Laszlo, la sua ragione di vita, che vive nel mondo incantato che l’adulto sceglie di mostrargli, cercando di tenerlo lontano dagli orrori della Guerra, dagli orrori di Hitler. A questo bambino, curioso e obbediente, quanto adorabile e affezionato al padre, Laszlo mostra solamente la parte buona – o quel che n’è rimasto – del mondo circostante che va pian piano sgretolandosi, perché quello vuole che gli rimanga impresso: bei ricordi.
Il nonno, invece, è un personaggio interessante: si mostra burbero, scostante e scontroso, maniaco dell’ordine, della pulizia e dell’educazione. Esige che tutto sia impeccabile, così come esige che nessuno entri nel suo studio, luogo in cui custodisce un segreto estremamente dolce, che rivelerà la profondità del suo cuore, dei sentimenti che egli prova nei confronti del piccolo Peter, che sembra tenere costantemente alla larga.
Infine, c’è Thea che ha fatto da colf, diciamo, a Laszlo quando era a Berlino insieme a Peter. Ha finito con l’innamorarsi di quell’uomo e sceglie, alla fine del libro, di compiere un passo importante. Come ho scritto nell’introduzione, questa ragazza all’apparenza nevrotica, isterica e insopportabile, ritorna a Budapest con una bambina e sceglie di fare a Peter il regalo più bello che un bambino, allontanato dai propri punti fermi, possa ricevere: riunire una famiglia ormai distrutta, mandandola avanti da sola, lasciandosi alle spalle gli orrori di Guerra e Olocausto.

Altro motivo per cui questo libro è l’amore: il punto di vista è particolare.
Il narratore è esterno, però racconta abilmente gli eventi osservando il mondo attraverso gli occhi di Peter, che è ancora un bambino. Anche la feccia che lo popola diventa improvvisamente qualcosa di tenero e irresistibilmente dolce.
Sembra quasi che Irene Dische ci racconti di un sogno, piuttosto che di eventi crudeli e disumani, ma è questa la particolarità di questo libro, ciò che più ho apprezzato.
Non scende nello scadente, non minimizza nulla, non rende meno importante il ricordo di quel Genocidio. Lo presenta al lettore dopo averlo sottoposto al filtro degli occhi di un bambino e lo condisce con deliziosi disegnini a fine capitolo.


Io l’ho adorato, perché è uno stile diverso dal solito, particolare, che non avevo mai trovato da nessun’altra parte. Uno stile che avevo sottovalutato ma che, invece, mi ha costretta a divorare il libro – seppur gustandomelo fino in fondo – e a ridere, sorridere, commuovermi e rattristarmi per i protagonisti a cui, inevitabilmente, ti affezioni. Impossibile non immedesimarsi in loro e non vivere al loro fianco le vicende in cui si trovano coinvolti.

Una storia diversa, più leggera e adatta a tutte le età, a tutti i tipi di persone, anche quelle più sensibili all’argomento trattato, perché questo libro è in grado di smuovere anche il cuore più duro.


Voto: 10/10 (anche qui).
E no, giuro che non lo faccio apposta. xD un giorno vi porterò anche la recensione di un libro che non mi è piaciuto.
Dovrò impegnarmi a trovarlo, però lo farò, promesso… xD




Quote:
«C’era una fotografia del padre appoggiata sulla mensola del caminetto. Era solo una piccola immagine di un giovane sorridente con gli occhi e i capelli neri, dentro una cornice d’oro, e parte di una guancia era nascosta da un ramoscello di fiori rosa in un vaso sulla stessa mensola. Tutto a un tratto il resto della stanza, il resto del mondo perse ogni importanza, ogni colore, ogni dettaglio. Quel viso era tutto ciò che importava. Ma quel viso, imprigionato in una cornice d’oro, non poteva venire da lui.

Peter rimase sconvolto da quell’improvvisa nostalgia del padre. Se avesse saputo come chiamare quel sentimento avrebbe potuto dire amore, se avesse saputo come descriverlo avrebbe detto perdita.»





E voi? che ne pensate?

L’avete letto?

Se vi va, lasciate un parere e fatemi sapere cosa ne pensate di questa recensione. ~


A presto! ♫

» Sam ♥

lunedì 29 settembre 2014




Ma gli androidi sognano pecore elettriche?


Eh sì, gente! C'è una quinta collaboratrice e la settimana inizia proprio con me e con una recensione tutta da comprendere.
Premetto che “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” è un libro letto recentemente, potrebbe portarvi ad un innamoramento folle e convulsivo, gli effetti collaterali sono tanti così come sono tanti i difetti dell'autore che ha saggiamente scritto quest'opera.
Benvenuti dunque! E attenti voi ch'entrate...
(Per una questione di spazio e ripetizioni, il titolo sarà abbreviato in: “Ma gli androidi...”)Iniziamo! Let's go!
L'autore di questo libro, così come di molti altri, è Philip K. Dick, scrittore fantascientifico statunitense, e no, niente traduzioni ambigue per quanto riguarda il cognome. Poverino! Mica è colpa sua...
Philip è morto nel 1982, diventato ormai dipendente dall'anfetamina, ebbe quattro mogli ed ogni matrimonio ha davvero una storia a sestante.
Seppur abbia vissuto momenti di forte depressione a causa delle varie rotture con le ex mogli e per via della droga, ciò non ha impedito la stesura di grandi romanzi come “Ma gli androidi...” ed “Ubik” (che spero di parlarne nei prossimi articoli!).
Ogni libro di Dick ha una particolarità, ovvero che verso metà lettura si scorgono due o tre pagine senza alcun senso, scritte forse sotto l'effetto della droga, eppure nascondono un'introspezione per nulla da prendere sotto gamba; ed anche in “Ma gli androidi...” la particolarità persiste.
Ora, mi sembra d'obbligo, dare un accenno di trama...

(ATTENZIONE! LA TRAMA NON CONTIENE SPOILER ED È STATA DIRETTAMENTE COPIATA DALLA MIA EDIZIONE CARTACEA.)

Nel 1992 la Guerra Mondiale ha ucciso milioni di persone, e condannato all'estinzione intere specie, costringendo l'umanità ad andare nello spazio. Chi è rimasto sogna di possedere un animale vivente, e le compagnie producono copie incredibilmente realistiche: gatti, cavalli, pecore... Anche l'uomo è stato duplicato. I replicanti sono simulacri perfetti e indistinguibili, e per questo motivo sono stati banditi dalla Terra. Ma a volte decidono di confondersi tra i loro simili biologici. A San Francisco vive un uomo che ha l'incarico di ritirare gli androidi che violano la legge, ma i dubbi intralciano a volte il suo crudele mestiere, spingendolo a chiedersi cosa sia davvero un essere umano.

Go, Recensione:
Ma gli androidi sognano pecore elettriche è un romanzo di fantascienza scritto da Philip K. Dick, pubblicato nel 1968 in lingua originale, mentre in Italia è uscito nel 1971, ha una storia editoriale alquanto curiosa ed all'interno troviamo ben due sottogeneri: la distopia e il filosofico.
La storia racconta la vita di due personaggi nell'arco di un giorno, circa, e sono rispettivamente: J. R. Isidore e Rick Deckard.
Isidore è considerato un cervello di gallina, non è riuscito a superare i test d'intelligenza per emigrare su Marte insieme al genere umano ed è costretto quindi a rimanere sulla Terra dove una polvere tossica sta uccidendo non solo gli animali, ma anche l'uomo.
Deckard invece è un cacciatore di taglie, anche lui bloccato sul nostro pianeta madre.
Ha il compito di uccidere gli androidi che fuggono da Marte per trovare rifugio sulla Terra, si mischiano tra la gente ed è impossibile localizzarli eccetto che con il metodo di riconoscimento per i replicanti.
Non dobbiamo scordare assolutamente Ira, la moglia di Deckard, una donna affetta dalla depressione che grazie al controllore di umore, cerca di andare avanti e donare amore (ATTENZIONE! Cerca!) a suo marito e alla loro pecora elettrica.
Infine c'è Rachel, un androide tutto da scoprire, un androide che piace per il suo caparbio modo di agire.
Un giorno Deckard ha il compito di uccidere ben sei androidi, chiamati “Nexus 6”, hanno un nuovo sistema e quindi sono praticamente identici all'essere umano.
Riuscirà Deckard a scoprire il loro rifugio? E cosa c'entra Isidore, un povero cervello di gallina che vive in un quartiere desolato, con questa storia?
Insomma, il libro in sé è pieno di colpi di scena, di suspense, di quel genere noir che tanto aspettavo di pregustare.
È una lettura che ti lascia un retrogusto amaro dolce, uno stile che è semplicemente “quello di Dick”, impossibile da riprodurre, impossibile da battere.
E vi parla una che di fantascienza non è tanto appassionata, ma che attraverso Philip K. Dick è riuscita a comprendere la vera bellezza di questo genere!
Inoltre, sono una tipa che tiene tanto ai dettagli e al contorno di una storia, e quando mi sono ritrovata davanti questi personaggi secondari e comparse, ho compreso subito, attraverso semplici, ma dritte al punto, parole, la loro psicologia, la caratterizzazione, i difetti, i pregi, i loro limiti, la loro evoluzione. E no, non vi sto prendendo in giro!
L'argomento che ho apprezzato di più in questo libro è stato decisamente l'innamoramento. È possibile innamorarsi di una macchina? Un robot? Un essere creato da noi stessi? È possibile concepire l'amore o il sesso verso questi individui? E se sì, come?
Un introspettivo punto che mi ha deliziato.
Infine, per completare questo monologo senza senso, “Ma gli androidi...” merita un Premio Nobel solo per il “Mercerianesimo” che è, a dirla tutta, la nuova religione dell'uomo.
Egli crede in Mercer, che un tempo è stato umano ed ora è immortale, crede nella sua esistenza, credi che si trovi su una collina e, grazie ad una maniglia, l'uomo si trova contatto con se stesso, sente tutte le sensazioni altrui, per condividerle, per reagire e concepire il tutto.
Anche questo, e mi dispiace essere ripetitiva, è un qualcosa di talmente fondamentale e bello da leggere che... che diamine! Fatico persino a spiegarvelo, è un concetto davvero astratto, contorto, elaborato.
Ovviamente “Ma gli androidi...” è un libro soggettivo, mi è stato consigliato da un fratello scapestrato e visto che i nostri gusti non sono tanto diversi, sempre soggettivamente parlando, ci è piaciuto un sacco.
E a voi? Piacerà?
Beh ragazzi, Dick è uno che piace o non piace, un po' come Venezia, e quindi tanto vale cimentarsi in una simile lettura e capire se fa per voi o meno!
Non so, sarà stata utile questa recensione? Lo spero proprio!
Voto finale? UN NOVE E MEZZO CI STA TUTTO!
Sapete com'è, mai dire mai, ci può sempre essere di più...

A LUNEDì PROSSIMO!



Prezzo: 9,90 euro.
Pagine: 238 pg.
Editore: Fanucci